Tonino Caputo
 V I A G G I

Ogni uomo possiede una stanza ove rifugiarsi con pochi oggetti cari e dalla quale partire verso i confini dei mondo, magari cavalcando il freddo davanzale della finestra, proprio come fece Xavier De Maistre (1763 - 1852, tuttora vivente, aldiià delle apparenze), quando nella notte, a Torino, compì i suoi celebri Voyage autour de ma chambre ed Expédition nocturne autour de ma chambre, mentre la rivoluzione francese varcava le Alpi scendendo in Italia come un fiume in piena.

Un'esperienza analoga ora è toccata anche al leccese Tonino Caputo che, in tempi così movimentati per la nostra penisola, ama frequentare una propria stanza segreta, benché per il secolo egli viva nella casa-studio di Testaccio a Roma, non lontano dalle catene dei convogli che sferragliano allegramente mescolando il Sud con il Nord.

Sono persuaso che quella stanza segreta Caputo se la porta dietro a New Vork, in Australia, in Asia e che, fino a quando dimora entro di essa, non esistono ricordi capaci di scavargli rughe nell'anima o timori per il futuro.
Egli lascia che in piena libertà sia l'immaginazione a generare la maggior parte dei piaceri, e magari assiste divertito al vano ed eterno diverbio fra sentimento e ragione:
- "Oh debolezza e incertezza della ragione!" sentenzia il sentimento.
- "Oh follia dell'entusiasmo e del sentimento!" ribatte la ragione.

Intanto Caputo esplora tutti i diverticoli del suo itinerario ideale: gioca con le simmetrie della Natura chiudendola sotto vetro e popolandola con oggetti partoriti dal sogno (non importa se disutili); ridesta Santi Martiri e prodi guerrieri per la replica silenziosa (gridano i segni, però) di qualche famosa battaglia; fa rotta verso Atlantide per seguire, come l'Odisseo dantesco, il sole della conoscenza, quella che ogni creatore d'Arte, e il Nostro Artista per primo, vorrebbe assaporare dalla coppa del Graal, poggiando le labbra sull'impronta lasciatavi da Cristo nell'Ultima Cena.

Ma l'estro del momento lo spinge soprattutto a svuotare, depurare le città dai suoi abitanti poiché sa con De Maistre che quando l'Uomo tace, quando il dèmone del rumore sta muto in mezzo al suo sacrario, in mezzo a una città addormentata, è allora che il tempo leva la voce e si fa sentire dentro l'anima. Forse Caputo si chiede, e insieme risponde, con le parole di un moderno poeta:

"Che può rimanere di tale Uomo?
Io so per certo che domani,
all'eterno cambio delle stagioni,
sosteranno gli stormi, stanchi,
nel cavo delle sue tane superbe".

Nell'attesa che si dissolva anche questo Impero, conviene abbandonarsi al flusso immortale della creazione e proiettarsi nella tela che ancóra si deve dipingere, nel foglio bianco che aspetta i migliori versi o le conclusioni più rivelatrici, nell'argilla che mal sopporta il suo umido letto, nella sabbia da cui uscirà per virtù dei fuochi di Murano la vera coppa di Diòniso, quella che sopra una sfoglia sottile di cielo blu ci lusinga coi caratteri dorati del suo pentametrico invito:
accipe me sitiens, forte placebo tibi
"accoglimi assetato, è destino che io ti piaccia"

Vania Di Stefano Roma, Ottobre 1993




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