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LA PRACTICE SIMULATION
Poca formazione e senza strategie: i limiti delle pmi
L’economia arranca. Le aziende aspettano tempi
migliori per investire, ma la cosa ancora più pericolosa
è l’approccio di molti manager verso il nuovo, verso
l’aggiornamento e quindi verso la formazione continua.
Se la stasi economica è un problema di congiuntura, legato
a un periodo infelice del mercato internazionale, la scarsa propensione
all’aggiornamento ed alla formazione continua, sembra piuttosto
un limite strutturale dei dirigenti italiani, che soffrono di carenza
di formazione.
Ne fanno poca, e le ore diminuiscono in parallelo alle dimensioni
dell'azienda, e quella che fanno spesso non è mirata, nasce
fuori da un piano coerente per la crescita di competenze e capacità.
Colpa di tante imprese che non investono abbastanza e colpa di tanti
manager che sembrano non avere molto a cuore la conoscenza del nuovo,
lo sviluppo dei propri mezzi. Ogni dirigente fa in media circa 40
ore di formazione l'anno e il dato è solo in leggero aumento
rispetto all'anno scorso. Meno dell'uno per cento del tempo è
stato dedicato alla formazione e la maggior parte delle aziende
non adotta un piano formativo, si limita ad autorizzare scelte occasionali
dei manager. Così la crescita professionale non è
mirata e diventa inefficace.
Nelle grandi imprese va meglio, ma non molto. In una recente indagine
è emerso che solo metà del campione si preoccupa di
migliorare le capacità strategiche dei propri manager (51,2%)
e che le società che realizzano organicamente corsi di formazione
riguardano soprattutto le competenze informatiche (86,2%) e le lingue
straniere (69,2%).
La carenza di formazione è impressionante a tutti i livelli.
Tra gli executive praticamente non esiste. La maggior parte riduce
l’autoformazione a convegni esclusivi, dove la cosa più
importante è esserci. La presunzione di sapere già
abbastanza è diffusa anche tra i manager: In molti considerano
l'essere dirigenti come un punto d'arrivo e non di partenza verso
altri traguardi. La formazione è trascurata in tante aziende,
soprattutto banche, assicurazioni ed enti pubblici. L'area della
formazione non dovrebbe essere collocata nel personale, ma in un
triangolo che comprenda la business strategy e l'efficienza organizzativa:
così gli investimenti sarebbero più mirati allo sviluppo
dell'azienda e della persona. Le aree critiche sono ancora una volta
le piccole e medie imprese, troppo concentrate sui risultati a breve
per apprezzare l'utilità di strumenti che dimostrano la loro
efficacia in periodi più lunghi.
Per dare il nostro contributo alla discussione sulla
formazione, riportiamo l’intervista pubblicata su Espansione
di ottobre (N° 6/2001) : Formazione manageriale a distanza.
D.: In quali aree opera Gemini
Europa?
R.: Gemini Europa, società di consulenza di direzione, si
occupa di formazione manageriale, assistenza alle imprese nell'implementazione
dei Sistemi di Gestione della Qualità e Ambiente in conformità
con le norme UNI EN ISO 9001:2000 e 14001:96 e implementazione della
Balanced Scorecard.
D.: In cosa consiste il vostro
metodo formativo?
R.: Ci occupiamo di formazione dal 1984. Sin dall'inizio i nostri
corsi si basavano sugli aspetti pratici e sulla partecipazione attiva
dell'aula. Il passo successivo (1997) è stato quello di portare
in Italia i metodi formativi più avanzati che superassero
i limiti dei corsi tradizionali. Siamo infatti esclusivisti per
l'Italia, della Practice Simulation di proprietà della MCC
International b.v. (Olanda). Questi corsi, che simulano la gestione
di un'azienda in tutte le attività strategiche, dal marketing
all'amministrazione, alla soddisfazione del cliente e del personale,
per intenderci, sono basati sul principio di Kolb: learning by doing.
Si partecipa in squadre 3/5 persone gestendo un'azienda virtuale
e concorrendo con le altre squadre/aziende in una situazione di
continua concorrenza nell'acquisizione delle quote del mercato,
nella soddisfazione dell'azionista e del cliente, come nella realtà
del resto.
D.: Quali sono le principali
problematiche dei corsi di formazione on line?
R.: Prima di elencare le "eventuali" problematiche diciamo
subito che i vantaggi sono molti e tutti importanti: permette l'utilizzazione
di materiali didattici di alta qualità, offre la possibilità
di creare percorsi individuali, abbatte i costi di progettazione
e produzione attraverso la ripetibilità dei moduli in diversi
contesti, è accessibile anche a utenti occupati a tempo pieno.
Consente all'utente di rimanere nella struttura lavorativa in cui
opera, rendendo immediatamente spendibile e verificabile quanto
acquisito grazie a sistemi di autoapprendimento e di autovalutazione.
Detto questo, le problematiche in questo tipo di formazione possono
essere ricondotte al rapporto che si instaura fra tutor e discenti.
Nel senso che la principale difficoltà sta' proprio nell'interazione
che si crea fra questi due soggetti. Per un reale apprendimento,
deve esserci la predisposizione del discente all'utilizzo di questo
strumento per formarsi, e non più l'aula. Questo presuppone
una necessaria dimestichezza con Internet e le sue applicazioni,
un approccio positivo e quasi di auto apprendimento. Se queste premesse
vengono rispettate, allora un corso on line vale molto più
di uno in aula
D.: In quali settori trovano
maggior diffusione?
R.: Sicuramente le grandi aziende, quelle cioè con la necessità
di formare molte persone e magari contemporaneamente. Questa necessità,
con i sistemi tradizionali comporterebbe enormi perdite, per l'allontanamento
dei discenti, per le spese di spostamento e d'alloggio, ma soprattutto
per il rallentamento del normale ciclo produttivo. Con i corsi on
line tutto ciò viene brillantemente superato. Tuttavia, per
la nostra esperienza maturata in venti anni di formazione, posso
tranquillamente dirLe che anche le piccole e medie imprese sono
sensibili a questa formazione. I motivi sono differenti ma altrettanto
giusti. Il primo è sicuramente l'abbattimento dei costi,
non ci sono spostamenti (essendo a distanza) quindi nessun costo.
Poi anche qui, come nelle grandi aziende la possibilità di
formare senza rallentare il normale ciclo produttivo è un
elemento non trascurabile.
D.: Quali sono i principali
ostacoli alla loro diffusione?
R.: Si potrebbe dire: uno di natura tecnica, ovvero la scarsa dimestichezza
col mezzo, ed un altro di retaggio culturale tipicamente italiano
che ha sempre visto la formazione come un momento di svago, di vacanza,
un premio che va sfruttato per rilassarsi, per evadere dall'ufficio
e non per migliorare le proprie capacità professionali.
D.: Molti sostengono che i
costi dell'e-learning siano alti e che convenga solo ad aziende
con centinaia di dipendenti. Le pmi sono quindi tagliate fuori?
R.: Tutt'altro. Uno dei motivi di diffusione dei corsi a distanza
consiste proprio nella riduzione dei costi. Perché, così
come accennato prima, la mancanza di spese di trasferimento, di
alloggio e di costo docente riduce enormemente il costo. E poi,
è bene ribadire che, sfruttando Internet e quindi la possibilità
di fare tutto a distanza (ognuno davanti al proprio PC) si riducono
disservizi, rallentamenti produttivi, perdite di efficienza, che
per un'azienda con un corso tradizionale sono oggettivamente altissimi.
D.: Che tipo di monitoraggio
dell'apprendimento bisogna prevedere perché la formazione
on line sia efficace?
R.: Per fortuna anche in questo Internet ci da una grossa mano.
Gli strumenti a disposizione sono tanti e tutti validi. Si possono
prevedere dei momenti intermedi di verifica per misurare: la frequenza
di collegamento alle pagine del corso, il tempo medio di permanenza
su ogni pagina, e questo ci da la possibilità di capire quali
tematiche sono state approfondite e per quanto tempo, quelle trascurate
e quindi da sviluppare con ulteriori moduli formativi, ad esempio.
Oltre ovviamente ai questionari di auto valutazione (intermedi e
finali).
D.: Qualcuno sostiene che,
perché il sistema possa dare un reale vantaggio competitivo,
l'azienda che si avvale dell'e-learning non deve soltanto investire
nello strumento ma cambiare al suo interno. Qual è il suo
parere in merito?
R.: Giustissimo. A tal proposito giorni fa leggevo che alcune tra
le più grandi aziende della Net Economy hanno lanciato un
allarme, i loro dipendenti rimangono collegati ad Internet in media
due ore al giorno a leggere la posta (email), a "chattare"
con amici e colleghi. E questo, secondo loro, rappresenterebbe una
notevole perdita di efficienza e quindi un costo da ridurre.
Tutto risulta di difficile comprensione perché se è
vero che per "misurare" un'azienda la valutazione degli
attivi e dei passivi è sicuramente un elemento importante
non è sufficiente, almeno secondo noi. L'utile e la perdita
non sono sufficienti a stimare la "bontà" di un'iniziativa,
oggi. La reale valutazione di un'azienda non può prescindere
da alcuni elementi intangibili che, tuttavia, sono indicatori concreti
della sostenibilità nel tempo del business.
Dunque, da cosa dipende il valore di un'azienda? Per quali ragioni
alcune imprese hanno un valore di mercato molto superiore al loro
valore contabile? Perché aziende di successo perdono rapidamente
valore e imprese prive di profitto sono sopravalutate dagli investitori?
Il valore di un'impresa dipende oggi sempre meno dai suoi asset
tradizionali e sempre più dai suoi asset intangibili. Un'impresa
può oggi definirsi ricca, vitale, competitiva non quando
possiede ingenti risorse economiche e finanziarie ma quando dispone
di un elevato capitale intellettuale.
La capacità di innovare, le competenze e il know-how delle
persone, l'immagine aziendale, il patrimonio di relazioni instaurate
con il mercato e i clienti, sono questi gli elementi del capitale
intellettuale che concorrono in misura sempre maggiore a determinare
il valore di un'azienda e la sua capacità di competere sul
mercato.
Le attuali metodologie di accounting, basate esclusivamente su indicatori
economico-finanziari, attraverso il bilancio d'esercizio evidenziano
un buon risultato nella gestione passata ma nulla, o molto poco,
dicono sulla sostenibilità di tale risultato nel futuro e
sulla capacità competitiva dell'impresa. Quindi se cambiare
vuol dire migliorarsi continuamente allora si, è necessario
un continuo ripensamento.
D.: Quale futuro per il mercato europeo?
R.: Innanzitutto bisognerebbe chiedersi qual è il futuro
per il mercato italiano. Perché nel resto d'Europa è
ben chiaro che questo modo di erogare formazione sarà il
futuro, oltre a rappresentare già il presente. Inoltre, bisognerebbe
chiedersi quando Internet diverrà uno strumento solido, veloce
e privo degli attuali buchi applicativi che ovviamente rallentano
questa evoluzione che tuttavia è inarrestabile.
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la brochure sulla Practice Simulation
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