| Notiziario Gemini Europa - Febbraio 2002 |
Secondo uno studio della IDC, società di analisi, l'e-commerce crescerà fortemente nei prossimi quattro anni. Alla fine del 2002 gli abitanti del pianeta avranno speso on line il 68% in più dello scorso anno.
NEW YORK - Mille miliardi di dollari. E’ questa la cifra che alla fine di quest’anno i fruitori della Rete avranno speso on line. Numeri che superano di gran lunga quelli del 2001 e che fanno registrare un aumento di vendite pari al 68%.
E la vendita on line è destinata a salire ancora di più nei prossimi anni sino al 2006. A rivelarlo è uno studio della IDC, dal titolo "The Internet Mosaic: One World, many nations", che mostra come l’uso della Rete per motivi commerciali si stia espandendo in modo uniforme in ogni parte del pianeta senza che questa forma di "globalizzazione della comunicazioni" provochi alcun appiattimento culturale.
Secondo la ricerca, nel 2006 l’80 per cento della popolazione del Canada e degli Stati Uniti navigherà in Rete almeno una volta al mese (più 45 per cento rispetto ai livelli attuali) e nel 50 per cento dei casi in Rete spenderà anche parte dei propri danari.
Un grande impulso al commercio on line dovrebbe derivare anche, stando allo studio della IDC, dalla nascita della moneta unica europea.
Se
la vostra ultima campagna di e-mail marketing ha ricevuto pochi messaggi di
opt-out aspettate a festeggiare. In una recente intervista Ben Isaacson, direttore
esecutivo della Association
for Interactive Marketing (Aim), organizzazione che riunisce i più
grandi operatori mondiali del settore, afferma infatti che questo non è
un parametro totalmente affidabile per misurare l’efficacia di una campagna.
Il problema, secondo Isaacson, è una conseguenza di alcune inefficienze
da parte degli operatori. "Le persone hanno paura di ricorrere all’opt-out",
afferma. Sarebbe infatti piuttosto diffusa fra gli utenti la convinzione che
cliccare il tasto di opt-out non solo non serva ad essere cancellati dalla
lista, ma che anzi, in alcuni casi, faccia finire l’indirizzo anche in altre
liste.
Così, invece di chiedere l’eliminazione del proprio nominativo, gli
utenti cancellano il messaggio senza leggerlo. E questo crea un grande problema.
Poiché gli utilizzatori dell’e-mail ricevono ogni giorno una valanga
di messaggi, la loro tendenza a cancellarli senza leggerli è sempre
più forte. Il che significa che anche e-mail legittime o addirittura
richieste possono essere eliminate. "E’ un metodo inconscio", afferma
Isaacson. "Il tasto di cancellazione è sempre più cliccato,
e questo potrebbe incidere sui tassi di risposta".
Ma allora, che cos’è che frena la cancellazione del messaggio? Un fattore importantissimo, dice Isaacson, è l’identificazione del brand. In questo senso, consiglia, è necessario assicurarsi che il nome del brand compaia o nel campo del mittente o in quello del soggetto.
In questo modo colui che riceve l’e-mail sarà portato a distinguerla da tutte le altre, e le probabilità che essa sia cancellata saranno inferiori.
"Alla fine
verrà fuori che gli Stati Uniti erano il posto più difficile
per l’e-commerce, e la ragione è che le consegne in Europa sono molto
più veloci perché la densità della popolazione è
più alta". Ad affermarlo è Jeff Bezos, fondatore di Amazon.com,
vera e propria leggenda vivente della Net Economy, nel corso di un’intervista
pubblicata dal quotidiano inglese The
Guardian.
"Nel Regno Unito, ad esempio, Royal Mail fa un lavoro fantastico di consegna
giornaliera a qualcosa come l’85% degli indirizzi britannici. E questo è
solo il servizio standard.
Negli
Stati Uniti bisogna pagare spedizioni molto care attraverso Ups e Fedex per
avere un servizio di consegna in giornata", prosegue Bezos per sottolineare
come l’Europa goda di notevoli vantaggi competitivi nel campo del commercio
elettronico.
Un altro fattore che secondo lui porterà alla definitiva consacrazione
dell’e-commerce nel Vecchio Continente è l’elevato costo degli affitti.
"Un negozio in una via principale di una grande città europea
è molto dispendioso, e questo costo va ad incidere su quello del prodotto.
Così, si sta dimostrando sempre di più che esiste un vantaggio
strutturale nel fare commercio elettronico in Europa".
I
consumatori europei considerano il prezzo di un prodotto solo al terzo posto
fra i fattori decisivi per la scelta d’acquisto. Vengono prima il valore
della relazione esistente con l’azienda e la flessibilità del fornitore
riguardo alle caratteristiche del prodotto.
E’ quanto emerge da uno studio di Aqute
Research.
Ecco
dunque che un timore piuttosto diffuso fra gli operatori europei che si
apprestano ad entrare nel mercato dell’e-commerce si rivela infondato. Secondo
lo studio, infatti, ciò che i clienti si aspettano dai retailer che
vanno online non è tanto una riduzione dei prezzi, quanto, piuttosto,
un miglioramento del servizio.
E’ in questo senso che gli operatori devono perciò spingere.
Un’eccessiva attenzione alla riduzione dei prezzi potrebbe addirittura avere effetti controproducenti sul livello delle vendite.
Il
mondo del business è ricco di indicazioni che vanno in questa direzione:
Coca Cola, che vende molto di più di qualsiasi sottomarca più
a buon mercato.
Stella
Artois, che addirittura si definisce "rassicurantemente cara".
La stessa
Amazon non è più il venditore di libri più a buon mercato
della Rete: il suo vantaggio, e l’appeal che attrae i clienti, fa leva sul
brand e sulla qualità del servizio.
Una direttiva UE regolerà le transazioni del settore del commercio elettronico
Il
1° luglio 2003 entrerà in vigore la norma che regola l'applicazione
dell’I.V.A. nel settore del commercio elettronico.
A
partire da tale data ogni acquisto "virtuale" effettuato in Rete (file musicali,
software, immagini, libri elettronici, corsi di formazione a distanza, etc.),
sarà soggetto alla tassazione vigente nel luogo ove il bene o servizio
viene consumato, facendo quindi prevalere il principio della rilevanza del
luogo, secondo quanto stabilito dalla direttiva.
Più
esplicitamente: farà riferimento il luogo in cui il consumatore
ha la sua sede permanente o la residenza.
La norma vale per la vendita di beni virtuali e servizi a privati,
mentre non si applica alle transazioni sviluppate dalle aziende, il settore
che rappresenta oltre il 90% del giro d'affari.
Alla norma saranno soggetti in particolare il software (sia per la fornitura
che per l'aggiornamento), i file musicali, i film e le immagini, i giochi
online, la formazione a distanza, l'accesso alle banche dati ed anche le
trasmissioni pay-per-view online, i programmi politici, culturali, sportivi,
scientifici e d'intrattenimento.
Gli stati membri, in base alla direttiva, dovranno applicare la normale
aliquota, e viene pertanto esclusa ogni possibilità di applicare
aliquote ridotte alle transazioni online.
Un problema in più (o di troppo) per un settore che vive ancora i
problemi della prima ora (transazione e logistica): basti pensare che i
libri acquistati in Rete pagano un IVA maggiorata del 16% rispetto al medesimo
acquisto effettuato in libreria (dove l’I.V.A. è pari al 4%), ed
a questo occorre aggiungere appunto (in molti casi) la spesa relativa alla
consegna.