| Notiziario Gemini Europa - Maggio 2002 |
Lo
scenario entro il quale si collocano i fenomeni organizzativi è radicalmente
mutato rispetto ad alcuni decenni fa. Sono mutati gli equilibri interni, la
complessità delle relazioni industriali ha stimolato la ricerca di nuovi
rapporti, la turbolenza ambientale ha richiesto e richiede nuovi livelli di
conoscenza, il cambiamento tecnologico esige nuove conoscenze e nuove capacità.
Il
sistema nel suo complesso – sia organizzativo, politico, economico e sociale
– si è fatto più turbolento, dinamico e interattivo. Conseguentemente
all’aumento della complessità dei sistemi è andata crescendo anche
la complessità dei ruoli organizzativi ai quali si richiedono
maggiore capacità di coinvolgimento individuale e dei collaboratori,
un ampliamento della conoscenza dell’ambiente esterno e, insieme, una maggiore
capacità di analisi e dominio della propria area soggettiva e personale.
In termini più
generali si può ritenere che agli "attori" organizzativi vengano
chieste: Un contemporaneo comporsi di specializzazione tecnica e un superamento
delle logiche rigidamente specialistiche.
Accanto a questi aspetti si richiede lo sviluppo delle proprie capacità in un contesto di autonomia, creatività, polivalenza, duttilità e interfunzionalità.
E’ possibile identificare una metodologia didattica in grado di rispondere adeguatamente alla attuale configurazione delle esigenze dei vari attori organizzativi, al fine di rendere la formazione realmente incisiva, in grado cioè di sviluppare atteggiamenti e comportamenti idonei a far fronte ad una realtà sempre più complessa e turbolenta?
Una buona metodologia
formativa non dovrebbe dimenticare di centrare l’attenzione sull’elemento riconosciuto
come perno attorno al quale far ruotare il processo formativo e cioè il
soggetto. In questo senso è opportuno approntare dei metodi che si rivolgano
e coinvolgano direttamente il soggetto in formazione e che lo portino da un atteggiamento
di ascolto ad uno di coinvolgimento, per arrivare poi ad una sua effettiva responsabilizzazione
all’interno del processo formativo. Presupposti
per una scelta metodologica Accademismo
vs. attivismo Contenuti
vs. processi Strutturazione
vs destrutturazione Un
ulteriore considerazione che va fatta a proposito, riguarda la "distanza"
tra contenuti d’apprendimento e contenuti di lavoro, tra il luogo dove si svolge
il progetto educativo e l’ambiente di lavoro, dove si applica quanto appreso.
La questione si riferisce al problema della concretezza e del trasferimento
dell’apprendimento. L’opposizione è tra apprendere e agire. Quaglino
propone a riguardo il termine "progettualismo" .
Nella direzione del
progettualismo é possibile pertanto riconoscere ogni azione formativa che
condivida sostanzialmente i seguenti principi:
Il tema dei metodi formativi, delle metodologie didattiche, costituisce
il punto di confluenza per eccellenza della riflessione, della ricerca e
del dibattito sulla formazione: il vincolo prioritario alla costruzione
di progetti educativi e il luogo dell’innovazione, del cambiamento.
Di quel complesso oggetto che è la formazione, i metodi rappresentano
l’elemento più immediatamente riconoscibile, il riferimento esplicito,
l’aspetto "concreto": in una parola la parete visibile contrapposta
a quella parte più nascosta, implicita, di più diretto contenuto
teorico che è costituito dai temi degli obiettivi e ancor di più,
da quelli dell’apprendimento. In Fare Formazione G.P. Quaglino,
caratterizza il dibattito sul metodo essenzialmente sulla contrapposizione
di alcuni elementi.1
Accademismo
significa distanza tra docente e allievo, rigidità della relazione
pedagogica, "comunicazione ad una via", impossibilità di
ottimizzare su tempi dilatati l’apprendimento, freddezza, impersonalità,
astrattezza etc. Attivismo significa coinvolgimento diretto dell’allievo,
riferimento al gruppo, imparare facendo esercizi, sperimentando, risolvendo
problemi, costruzione progressiva, finalizzata e guidata dell’apprendimento,
"comunicazione a due vie", discussione e confronto, vivacità,
responsabilizzazione e concretezza. L’opposizione tra i due approcci
si sintetizza come differenza "irriducibile" tra una modalità
di conseguimento del sapere vincolata all’ascolto e all’attenzione
ed una basata sul coinvolgimento (attivo) in prima persona dell’allievo;
tra un sapere per trasmissione ed uno per elaborazione, per
analisi, soluzione discussione di problemi .
Riguarda la contrapposizione tra chi punta su finalità di apprendimento
e traguardi educativi sostanzialmente espressi dal conoscere contenuti,
ovvero vincolati a temi specialistici anche fortemente connotati in senso
tecnico, in ogni caso propri del cosiddetto know-how professionale
( il "bagaglio di sapere") e chi invece ritiene di importanza
prioritaria traguardi educativi connessi ad un saper, per così dire,
aspecialistico e "universale": quello dei comportamenti di lavoro
e delle relazioni interpersonali. Dove, in questo caso il rimando all’ambito
professionale fa riferimento non già ai contenuti di lavoro ma piuttosto
ai processi implicati nel senso del suo svolgimento in relazione o con
altri: a fatti cioè di comando e guida dei collaboratori, di
esercizio di autorità, di conflitto e collaborazione, di decisione
etc. Tutto ciò, in relazione alla problematica del metodo, si concretizza
nel confronto tra una modalità di apprendimento basata prevalentemente
sulla trasmissione di sapere ed una centrata sull’elaborazione più
personale: l’una tendente a promuovere una conoscenza degli "oggetti"
e l’altra delle implicazioni personali, dei "soggetti"; L’una
tendenzialmente formalizzata in modo preciso, definita, "chiusa",
decisamente razionalizzante. L’altra tendenzialmente problematica, interrogativa,
"aperta disponibile a "trattare" aspetti, problemi, implicazioni
emotive.
Sviluppando le differenze tra i metodi e le modalità didattiche centrate
sui contenuti e quelli centrati sui processi, viene a configurarsi una più
precisa opposizione di approcci didattici tra una formazione programmata
nei dettagli e una come contenitore di eventi possibili ; tra una modalità
educativa espressa nel far compiere un certo percorso di apprendimento in
modo logico e ordinato secondo una sequenza prestabilita, rigorosamente
strutturata, ed una che è pensata come il percorso stesso,
che si tratterà di costruire momento per momento. Il carattere distintivo
è precisamente la destrutturazione e conseguentemente la necessità
di costruzione dell’apprendimento.
Queste
tre opposizioni, schematicamente ricostruite, esprimono caratteri e
contenuti del dibattito e della riflessione sul metodo, così come
essi si sono svolti negli ultimi anni.
Il termine con cui si indica tale approccio pedagogico è self-developement.
Alla sua compiuta teorizzazione hanno contribuito in particolare autori e studiosi che operano prevalentemente nell'area manageriale. Gli elementi del self-developement possono essere riassunti in due principi fondamentali.
LO SVILUPPO:
IL PROGETTO
DI SELF-DEVELOPEMENT
In questo orientamento
al SD va ritrovata un'occasione di innovazione nel campo dei metodi formativi.
Il dibattito sul metodo, sin qui delineato, lascia "aperte" alcune questioni:
4.1
Come si arriva alla scelta di un metodo?
Il
sistema formativo alla luce delle trasformazioni strutturali avvenute nell’ambito
organizzativo, se vuole attivare processi di apprendimento mirati al cambiamento
è chiamato a dar corpo, attraverso un’appropriata e adeguata scelta di
metodi formativi, ad una metodologia che risponda nel modo più attento
e puntuale a quelle che sono le attuali esigenza dei soggetti. L’efficacia ed
efficienza dei sistemi formativi, e quindi la possibilità di produrre
un effettivo apprendimento rivolto al cambiamento, corrisponde sempre più
ad una difficile e precaria ricerca di equilibrio attraverso precise e consapevoli
analisi atte ad individuare i problemi e i pericoli di ogni situazione insieme
alle modalità di regolazione e di intervento possibili ed opportune.
Anche se ancora resta da compiere, non si possono negare gli sforzi condotti
verso l’identificazione di una metodologia in grado di rispondere adeguatamente
alla attuale configurazione delle esigenze dei vari attori organizzativi al
fine di rendere la formazione realmente incisiva, in grado cioè di sviluppare
atteggiamenti e comportamenti il più possibili idonei a far fronte alle
nuove realtà. La questione si inquadra nella problematica del metodo.
Metodi
attivi vs
metodi passivi
Una consolidata classificazione dei metodi formativi distingue tra metodi
passivi e metodi attivi. I primi si basano su di un approccio di
natura lineare-sequenziale denominato accademismo il cui obiettivo è
quello di istruire (letteralmente: dare istruzioni). Questi metodi sono contrassegnati
da un’elevata distanza tra docente e discente, infatti configurano di fatto
la tradizionale relazione di insegnamento: il soggetto in formazione è
visto come una carta assorbente che assimila ciò che gli viene detto,
egli è fondamentalmente passivo, ciò che gli viene richiesto è
ascolto e attenzione. L’apprendimento è vincolato a tali condizioni di
base, oltre ovviamente per i contenuti, alle informazioni trasmesse dal docente.
Come in quasi tutte le comunicazioni di tipo più propriamente scolastico-accademico
la relazione pedagogica risulta essere rigida, la logica che sta alla base dello
scambio di conoscenza è tra "chi sa" e "chi non sa",
e in tale contesto è basso il controllo da parte del docente sull’apprendimento
reale del soggetto in formazione. L’esempio più classico di metodo passivo
è la lezione esposta in aula.
I metodi attivi si basano su di un approccio ciclico ricorsivo e vengono prevalentemente
utilizzati laddove sono tenuti in vista traguardi di genere formativo in senso
più ampio del mero passaggio e trasferimento di nozioni contenuti e conoscenze.
La relazione pedagogica tra docente e allievo privilegia la discussione ed il
confronto al semplice "ascolto", e il tipo di apprendimento sollecitato
si caratterizza nella logica del problem-solving. I metodi attivi tendono
ad incoraggiare una partecipazione diretta dei soggetti in formazione e favoriscono
un costante feed-back all’azione del formatore. Con queste metodologie si impara
facendo esercizi, sperimentando (metodo try and error), si studiano problemi
concreti e non astratti, si ha la possibilità di discutere attivamente,
l’attenzione è rivolta più al metodo per arrivare ad una decisione
che non alla decisione stessa, portando il soggetto in formazione, con l’aquisizione
di maggiore consapevolezza, ad essere il reale protagonista del processo formativo
(da oggetto passivo e soggetto attivo del processo formativo). I metodi attivi
favoriscono un processo di self-development, tendendo a ricercare una più
ristretta integrazione tra il contenuto e il soggetto che apprende, mirando
alla ricerca di problemi reali e non fittizi, orientando la finalità
educativa verso condizioni di autonomia, sviluppo e autorealizzazione del soggetto
sviluppando un’attività formativa riferita al sé e centrata
sul soggetto. Al termine self- development possiamo attribuire una duplice
velenza: da una lato "sviluppo del sé" (of self), dall’altro
"sviluppo attraverso il sé" (by self), nel senso della diretta
e piena responsabilità del soggetto. Lo sviluppo by self è attivato
dal soggetto e richiede coinvolgimento creatività, motivazione alla realizzazione
del sé.
Progettare un intervento formativo utilizzando i metodi attivi è particolarmente apprezzabile in una formazione rivolta a quelle attività professionali dove le componenti prescrittive devono integrarsi con le componenti discrezionali, favorendo una interattività che consenta di raggiungere gli obiettivi professionali in modo più razionale e sicuro.
Proprio
mettendo al centro del processo formativo i soggetti in formazione, i metodi
attivi si inseriscono in quell’area cruciale e troppo spesso trascurata del
processo formativo in cui si tenta un legame effettivo tra gli aspetti normativi,
dati dalla meccanica applicazione di conoscenze e abilità tecniche, e
gli aspetti discrezionali e processuali. Dall’impiego dei metodi attivi la formazione
può promuovere lo sviluppo di ciò che la recente psicopedagogia
chiama il pensiero divergente (intendendo con esso ciò
che sfugge al precodificato) privilegiando gli aspetti critici e speculativi,
sviluppando l’attenzione al nuovo e all’opinabile, richiedendosi agli attori
organizzativi un’elevata capacità di flessibilità, di adattamento,
di conversione teorico-pratica e di cura particolare di tutti gli aspetti relazionali
e comunicazionali che stanno acquistando un peso visibilmente più determinante.
Lo
scenario entro il quale si collocano i fenomeni organizzativi è radicalmente
mutato rispetto ad alcuni decenni fa. Sono mutati gli equilibri interni, la
complessità delle relazioni industriali ha stimolato la ricerca di nuovi
rapporti, la turbolenza ambientale ha richiesto e richiede nuovi livelli di
conoscenza, il cambiamento tecnologico esige nuove conoscenze e nuove capacità.
Il sistema nel suo complesso – sia organizzativo, politico, economico e sociale
– si è fatto più turbolento, dinamico e interattivo. Conseguentemente
all’aumento della complessità dei sistemi è andata crescendo anche
la complessità dei ruoli organizzativi ai quali si richiedano maggiore
capacità di coinvolgimento individuale e dei collaboratori, un ampliamento
della conoscenza dell’ambiente esterno e, insieme, una maggiore capacità
di analisi e dominio della propria area soggettiva e personale. In termini più
generali si può ritenere che agli "attori" organizzativi vengano
chieste:
Accanto
a questi aspetti si richiede lo sviluppo delle proprie capacità in un
contesto di autonomia, creatività, polivalenza, duttilità e interfunzionalità.
E’
possibile identificare una metodologia didattica in grado di rispondere adeguatamente
alla attuale configurazione delle esigenze dei vari attori organizzativi, al
fine di rendere la formazione realmente incisiva, in grado cioè di sviluppare
atteggiamenti e comportamenti idonei a far fronte ad una realtà sempre
più complessa e turbolenta? Una buona metodologia formativa non dovrebbe
dimenticarsi di centrare l’attenzione sull’elemento riconosciuto come perno
attorno al quale far ruotare il processo formativo e cioè il soggetto.
In questo senso è opportuno approntare dei metodi che si rivolgano e coinvolgano direttamente il soggetto in formazione e che lo portino da un atteggiamento di ascolto ad uno di coinvolgimento per arrivare poi ad una sua effettiva responsabilizzazione all’interno del processo formativo.